3935303198

Nascere a Seriate ai tempi del coronavirus: la storia di Marta e della piccola Diletta

Nascere a Seriate ai tempi del coronavirus: la storia di Marta e della piccola Diletta
Eccomi qui! Prima di tutto mi presento.. Sono Marta, ho 32 anni e sono mamma di Giacomo 5 anni, Sofia 4 anni, Adele 2 anni e della piccola Diletta 1 settimana ♥️.
Il tema è ‘nascere ai tempi del Covid’ perciò non voglio dilungarmi in altri racconti anche se per me, come per tutte le mamme, la maternità e la gravidanza sono un mondo tutto da scoprire e da raccontare.. Ma mi limiterò al tema..
Arriviamo direttamente alla fine del mio percorso gravidanza.. Domenica 3 maggio ore 10 mi si rompono le acque.. chissà perché con tutti e 4 i figli il mio travaglio è cominciato proprio così.. Comunque.. con grande emozione avviso mio marito che nel frattempo era uscito un po’ con i bambini, chiamo mia mamma e mi faccio un bel pianto liberatorio! Ore 13 comincia il mio calvario.
Mi dispiace definirlo così e non voglio che questa mia esperienza spaventi le mamme al primo figlio.. il mio calvario non ha nulla a che vedere con il parto, la paura, il dolore.. assolutamente no!!
Il mio calvario, nonostante io fossi ormai abbondantemente rodata è iniziato a quell’ora perché in quel momento ho dovuto salutare mio marito sulla porta del blocco parto. Ero lì, senza il benché minimo dolore, sola, con una mascherina che mi bloccava l’ossigeno facendomi venire un gran mal di testa, in mezzo a tante mascherine che nascondevano qualsiasi tipo di sorriso d’intesa o di conforto…
La giornata del mio travaglio è stata psicologicamente impegnativa…Mi sono sentita tremendamente sola e spaventata nonostante io fossi ampiamente rodata a partorire! Il momento più bello è stato quando alle 00.15 finalmente mio marito ha potuto stringere la mia mano e vivere insieme a me la parte più tosta ma più bella di un travaglio intero.. quella finale! insieme abbiamo accolto un NUOVO AMORE e sempre insieme, nel silenzio della notte, per 2 ore ci siamo stretti insieme alla nostra bimba gustandoci ogni minuto che ci restava prima di doverci separare nuovamente!
Il post parto e la degenza in ospedale sono stati altrettanto faticosi! Tra alti e bassi, in pieno baby blues tra risate e lacrime con le ostetriche e puericultrici dell’ospedale, ho passato due giorni accompagnata dall’inseparabile e odiata mascherina, sempre a letto, sempre sola, senza l’affetto di chi mi vuole bene ma a quel punto con la consapevolezza che ormai tutto era finito e che la vita vera mi stava aspettando oltre la porta del reparto!
Quindi in conclusione.. com’è è stato partorire ai tempi del Covid? Di primo acchito vorrei dire ‘un incubo’ perché un po’ così è stato ma certamente ha tirato fuori una parte di me che non conoscevo.. e che cavolo.. sono una LEONESSA anche io!!
Marta

 

La sospensione del pelle a pelle a Bergamo

La sospensione del pelle a pelle a Bergamo

In questo video commento la notizia della sospensione del contatto pelle a pelle (skin to skin) all’ospedale di Bergamo. Lo skin-to-skin è una delle migliori pratiche esistenti in ambito perinatale, consistente nell’adagiare il neonato nudo sul petto nudo della madre immediatamente dopo la nascita e di lasciarli così, sorvegliati ma indisturbati, fino alla prima poppata o comunque per il tempo desiderato. In genere nei nostri ospedali questo momento dura un paio d’ore. Attualmente a Bergamo è stato sospeso, sembra per i carichi di lavoro che impediscono la sorveglianza di questo speciale momento da parte del personale sanitario.

Nascere ai tempi del covid: l’emozionante storia di Sonia e del suo piccolo Giulio

Nascere ai tempi del covid: l’emozionante storia di Sonia e del suo piccolo Giulio

Ho partorito il 6 aprile, potevo scegliere tra 3 ospedali ed ho preferito da subito il più lontano, un po perché avevo gia partorito li il mio primogenito, un po perché conoscevo tutti ma soprattutto perché mi garantivano l’accesso al papà sia in travaglio che al parto. Oltretutto la maternità e un edificio a se, quindi mi sono sentita subito al sicuro.

Domenica 5 aprile, mi sento strana ma penso sia l’agitazione, qualche perdita, qualche contrazioni in serata e via partiamo.

Arriviamo in ospedale, l’atmosfera e ben diversa dal primo parto, mascherina per tutti, riconosco i visi delle ostetriche ma non posso abbracciarle, e loro non possono abbracciarmi, ed io ne avrei un gran bisogno.

Non sono in travaglio ne altro ma per sicurezza e soprattutto perché non si fidano a mandarmi a casa (disto 40 min) mi ricoverano,.

Mi mettono in una camera da sola.. Il mio compagno può fermarsi un po, mi sento strana.. E tutto cosi strano.

Nessun fiocco alle porte, io con sta mascherina addosso che mi fa mancare il fiato, il mio compagno con sta mascherina ed i guanti che si lamenta gli fan male gli elastici alle orecchie..

Arriva una Oss, e dice che deve andare a casa, che ci saremmo sentiti la mattina per tornare a prendermi, un bacio con la mascherina.. E mi dice “dormo nel parcheggio non che non faccio in tempo ad arrivare”.. Lo prendo in giro e gli dico di tornare a casa.

Quella notte sento un sacco di casino, riconosco l’ostetrica che ha fatto nascere il mio primo bambino, viene in camera e mi dice che se ho bisogno lei c’è ma una mamma ha bisogno di lei..

Sento urlare e capisco che una vita sta arrivando, io intanto sento qualche dolorino ma sto bene mi sembra.

Alle 4 di notte, chiedo di dormire sulla sedia perché la sciatica mi sta per l’ennesima volta mettendo al tappeto. Arriva la mia ostetrica e mi visita.. 8 cm..

Chiamamo il papà.. E sono gia in sala parto.

In quel momento mi e presa una Tristezza.. Mi faceva male la sciatica, volevo un abbraccio, volevo qualche coccola, non si può partorire con la mascherina.. Ma dai..

Il mio compagno mi rendo conto non sarebbe mai arrivato in tempo ed io devo spingere.

La mascherina mi sembra un macigno.. Mi sembra tutto cosi surreale..mi blocco, non ce la faccio, non è quello che volevo, la ginecologa mi cazzia, non devo dire cosi, in quel momento la mia ostetrica mi prende la mano.. E mi dice che va tutto bene, che ce la posso fare e che sto andando bene.. Ricordo solo che mentre me lo dice non le vedo le labbra ma i suoi occhi mi fanno capire che è vero. Mi fido di lei, e dopo 3 minuti il mio bambino e fuori.

Mi sono tirata giu la mascherina all istante per baciarlo, piangevo perché sul serio e stato il mio raggio di sole.

4 minuti dopo il parto arriva il mio compagno, ci rimane male che Giulio è già uscito ma mi vede in forma, mi da un bacio e guarda estasiato il nostro bimbo.

Ora arriva il momento più duro, chiamare il fratello maggiore.. E anche li mi rendo conto che i bambini sono migliori di tutti, il mio grande è felice, sorride e salta contento per aver conosciuto Giulio, mi chiede mamma quando torni, gli dico 2 3 giorni (tanto lui non sa quanto sono) e mi dice occcchei.

Torniamo in camera, mi accorgo che quasi tutte le camere sono occupate, e vedo le altre mamme e ci sorridiamo, anche questa volta lo capisco dagli occhi

Appendo il fiocco fuori dalla camera, non me ne frega niente che nessuno lo vedrà, voglio festeggiare la sua nascita.

Resto in ospedale due giorni, aldilà delle mascherine e guanti, è tutto normale, non ci si fa più caso, si festeggia la vita..

Quando esco dal reparto scoppio a piangere, le ostetriche le ragazze del nido gli infermieri che incontro vedono il mio bambino e sorridono.

Non è sicuramente il parto che pensavo, fino a febbraio avevo immaginato le cose diversamente.. Nonni zii amici, nessuno ha ancora preso in braccio il piccolo, eppure io sento un legame fortissimo con lui.

Sono stata fortunata che è andato tutto bene, lo sono stata per aver avuto un’ostetrica fantastica, sono felice di essere tornata in quell’ospedale in cui mi sentivo al sicuro.

Saremo sempre i genitori /figli al tempo del covid per tanti, io ho impresso nella mente la sala parto, il personale com’era vestito, ma sopratutto lo sguardo della mia ostetrica, siamo fortunati ad essere stati in quella stanza di sto tempo, e grazie a tutti coloro che lavorano ma non fanno pesare nè trapelare i loro pensieri.

Nascere a Bergamo ai tempi del covid: la storia di Chiara, mamma di Camilla

Nascere a Bergamo ai tempi del covid: la storia di Chiara, mamma di Camilla

Mentre scrivo una testolina dai capelli neri, appoggiata sul mio cuore, mi osserva con due occhioni grandi. Le è bastato poco per capire che la sua mamma le emozioni le fissa così, “sulla carta”, per non farle scappare mai. Camilla è nata il 31 marzo 2020 all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, nel bel mezzo di una pandemia che 9 mesi fa, di fronte al cielo azzurro e al mare caldo dell’Abruzzo, non ci saremmo mai immaginati. Eppure, di fronte a questa gravidanza dal finale imprevedibile, l’unica parola che mi sento di scrivere è grazie.

Grazie Camilla per averci scelto come famiglia quella domenica di inizio agosto, quando tra una risata nervosa e una speranza lontana sei venuta ad abitare per davvero nei nostri cuori e nella mia pancia; grazie per avermi accompagnata da quel giorno e fino alle lunghe notti in ospedale, con la mascherina fissa tra naso e bocca che ogni tanto abbassavo per respirare a fondo il tuo profumo: sono stati giorni intensi e a tratti pesanti, ma sono stati gli ultimi “tutti nostri”, che ho diviso da sola con te.

Grazie a mio marito per le emozioni fortissime provate di ritorno dalla sala operatoria: io in lacrime, lui con gli occhi che brillavano per aver stretto tra le braccia un fagottino di poco più di 3 kg per quei primissimi minuti di vita. “Cosa c’è Chiary? È tutto finito, sta bene e ha finito adesso di piangere” mi hai detto, tu che da più di un mese terminavi i nostri messaggi scrivendo “31 marzo”, la data del taglio cesareo programmato. Così per la seconda volta mi hai aspettata fuori dall’oblò senza poter assistere al travaglio e stavolta ci hai potuto coccolare solo due orette prima di salutarci, giusto il tempo per ricominciare a muovere lentamente gli alluci. A casa c’era una sorella maggiore da accudire e ovunque un virus che ci impediva di stare abbracciati durante i giorni di degenza. Grazie perché in quelle due ore abbiamo concentrato tutto l’amore dell’universo, quello che avrebbe fatto compagnia a tutti e quattro in quei giorni divisi.

Grazie all’ostetrica dallo sguardo gentile e comprensivo che ha asciugato le mie lacrime durante l’intervento. Credo si chiamasse Sara. Più volte mi ha accarezzato la testa invitandomi a non mollare, guardandomi negli occhi e facendomi sentire a casa e al sicuro, nonostante le mascherine, gli occhiali, le cuffie, i camici, i pensieri… In reparto avrei trovato la stessa meravigliosa empatia da parte di molti, il senso di cura e di dedizione che fanno di un mestiere una vocazione e di una permanenza fuori dalle righe un’esperienza comunque da ricordare.

Grazie a ogni singola persona che è entrata in quella stanza numero 1116 al primo piano: chi per una puntura, chi col vassoio del pranzo, chi per medicare, chi per pulire, chi per confortare, anche a notte fonda, sempre coperti dalla mascherina che nasconde i sorrisi, ma gli sguardi no. Ho trovato davvero tanta umanità in quei giorni, paura anche (la mia), spazzata via dal primo pianto di mia figlia.

Grazie ad Anita, la mia prima bimba coraggiosa, che a nemmeno 4 anni è diventata una sorella maggiore premurosa, attenta e comprensiva. La mattina del ricovero, il 30 marzo, eri felicissima di accompagnare la mamma in ospedale perché saresti tornata a fare un giro con l’auto di papà: ti sei preparata velocissima, hai rimesso le scarpe dopo settimane, preso il tuo peluches e mi hai detto di non essere triste che tu col papà e con gli zii avevi un sacco di cose da fare. Quanto ho imparato in quei 10 minuti di strada e quel saluto dal finestrino, quanto sto imparando in questi primi giorni a casa… Tempo prezioso per crescere che non avrei avuto modo di vivere senza questa emergenza.

Grazie a chi a casa non ha smesso un attimo di accompagnarci: nonni, zii, amici che hanno seguito i nostri progressi come “famiglia di quattro” attraverso un video. Dio solo sa quanto vorrebbero stringerci, rifilarci una lasagna pronta, alleggerirci le braccia, la testa e il cuore… Lo stanno facendo in maniera alternativa ma allo stesso modo efficace, nell’attesa di abbracciarci al più presto, ché la tecnologia è una manna dal cielo ma il calore umano lo è ancora di più.

Ogni volta che in queste settimane ho avuto un momento di sconforto ho pensato a quello che questa situazione ci avrebbe donato, anziché a quello che ci avrebbe tolto. Il segreto sta nel guardare l’arcobaleno che nasce anziché il nero che copre, anche se per molte famiglie afflitte dal dolore uscire da questo buio sembra impossibile. Ho pensato e continuo a pensare alla fortuna di avere il papà a casa, tra smart working e cassa integrazione: in condizioni “normali” si sarebbe probabilmente perso il primo sorriso, il primo bagnetto, i cambi pannolino in notturna, le coccole nel lettone fino a tardi… Lo stesso vale per Anita: senza scuola materna ha tutto il tempo per stare con noi e adattarsi alla nuova vita a quattro, scegliendo di tornare a dormire in cameretta quando se la sentirà. E poi ci sono io, che tanto aspettavo questa maternità per staccare dal lavoro e da tutto e per rilassarmi e invece il mio mesetto scarso a casa l’ho passato col pancione a giocare sul tappeto dalle 7 alle 23 e le mie prime settimane da mamma-bis somigliano più ad un tornado che a un mare calmo… Ma è faticosamente bellissimo così. Quando sarà tutto passato, molti di noi saranno cambiati in meglio. E con noi, in meglio, cambierà anche il mondo, a partire dai piccoli arcobaleni nati in queste settimane incredibili.

Mamma-bis Chiara

Come lavare bene le mani

Come lavare bene le mani

A cura di Elisa Cosio (puericultrice) e Nadia Fagiani (ostetrica)

Ecco una chiarissima locandina dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ci illustra come lavare bene le nostre mani, ad esempio prima di dedicarci alle cure del nostro neonato, prima dell’allattamento, della premitura del seno, prima dell’uso di un tiralatte, prima e dopo la nostra igiene personale, prima e dopo aver cambiato il pannolino al nostro piccolo.

Nascere a Bergamo ai tempi del coronavirus: la storia di Michela, mamma di Nicole

Nascere a Bergamo ai tempi del coronavirus: la storia di Michela, mamma di Nicole

Di certo non avrei pensato di arrivare a partorire appena prima di una pandemia. Sono arrivata in ospedale, a Bergamo, il 27 febbraio, avevo iniziato i dolori durante la notte. Poco dopo la porta d’entrata, un uomo consegnava mascherine. Non a tutti, solo alle donne in gravidanza.Salita al blocco parto la situazione non mi è sembrata migliore. Si poteva entrare solo uno alla volta. I compagni dovevano aspettare in sala d’attesa esterna al blocco. In quel momento vorresti tutto meno essere separata dalla persona che è il tuo sostegno, la tua sicurezza, la tua forza…Entro a fare il monitoraggio, con la mascherina. Un caldo infernale, i dolori, e la mascherina che non aiuta di certo a respirare. Le infermiere, i medici, le ostetriche, tutti con la mascherina. In quel momento vorresti vederli tutti in viso, cercando sguardi che infondono sicurezza e aiuto ma ho visto solo mascherine e mascherine.Nulla, dopo qualche ora mi dicono di tornare a casa, non è ancora il momento.Tornata a casa, dopo poche ore perdo le acque e torno di corsa in ospedale. Di nuovo. Vista l’ora la torre 1 era chiusa e il passaggio obbligatorio era il pronto soccorso. Mascherine e mascherine… anche lì. Inutile dire che nonostante i dolori e il fatto di rimanere lucida e vagamente distaccata da quello che vedevo, l’ansia per la situazione c’è stata.Dopo aver partorito arrivo in reparto. C’erano cartelli e avvisi ovunque su come disinfettare le mani e che norme igieniche seguire per evitare il contagio.Contagio, una parola che mi rimbombava in testa ma cercavo comunque di non farmi prendere dall’ansia. In fondo avevo una frugoletta a cui pensare e questa è stata la mia salvezza!Nessun parente poteva entrare in reparto. C’è stato un giorno in cui anche i papà sono stati mandati fuori in sala d’attesa.Mi sono trovata sola, con la stanchezza del parto in corpo, con i punti che battevano intensamente, con una bambina di un giorno che piangeva e quell’ansia che cercava sempre di farsi strada.Mi ripetevo che dovevo solo pensare alla piccola e stare attenta a seguire le norme igieniche indicate. Normalissime regole che dovremmo seguire in ogni caso in ogni momento e non solo quando sono accompagnate dalla parola “contagio”.Sono stati giorni intensi, per quanto disponibili in reparto erano oberate di lavoro. Erano nati tanti bambini e tanto personale doveva andare in aiuto nei reparti degli infettivi.Volevo solo andare a casa, “al sicuro”. Fortunatamente la piccola stava bene, io anche e due giorni dopo ci stavamo preparando per tornare a casa. I primi giorni ascoltavo tutti i telegiornali possibili, leggevo ogni ora aggiornamenti sui social ma questo non faceva altro che alimentare quell’ansia che mai se ne era andata. Ho deciso ad un certo punto di non ascoltare più i TG e non leggere notizie sui social. Dovevo dedicarmi con serenità a mia figlia.Mettere al mondo un figlio e trovarsi in una pandemia porta a farsi tante domande… Che mondo avrà mio figlio?!
La situazione peggiora ogni giorno, la gente è costretta a stare in casa, in ospedale è un delirio. Ti ripeti a mo di mantra #andratuttobene, lo speri per tua figlia, per te, per la tua famiglia. Disinfetti l’universo, hai le mani tagliate da quante volte le lavi durante il giorno. È tutto un po’ una violenza e ad un certo punto devi capire che serve solo buon senso e non può diventare una fobia.
Parlate con la famiglia, con gli amici, videochiamatevi. Io ho sentito persone che non sentivo da mesi. Condividete il momento con chi preferite, non abbiate vergogna se avete paura.
Avrete talmente tante cose da fare durante la giornata che sarete sbalzate in un mondo a parte… Allattare, cambiare pannolini, fare lavatrici di mille bavaglie e tutine, appisolarvi e ricominciare da capo. La stanchezza sarà tanta. Dovrete avere il doppio della forza, della pazienza e giberne di determinazione in corpo, ma siamo donne e madri e possiamo farlo 🙂
Sarà lunga ma riusciremo a tornare alla normalità. Usciremo con i nostri piccoli nella carrozzina, gli amici potranno venire a trovarci a casa ma nel frattempo rispettiamo le regole, abbiate coscienza, rispettate voi stesse, i vostri figli e gli altri.
Siate felici per la fortuna che avete avuto nel mettere al mondo la creatura che vi cambierà la vita.

Nascere a casa ai tempi del coronavirus: la storia di Silvia, mamma di Lucia

Nascere a casa ai tempi del coronavirus: la storia di Silvia, mamma di Lucia

Nascere al tempo del coronavirus per Lucia è stata una grande fortuna!

Con questa seconda gravidanza, l’idea del parto in casa mi è sempre girata nella testa…ma per una serie di ragioni (che ad oggi mi accorgo essere state solo scuse), avevo optato per l’accompagnamento alla nascita con un’ostetrica di fiducia.

Ma ecco che a Bergamo arriva il coronavirus a fare strage.

Io e mio marito siamo due operatori sanitari e, vivendolo dall’interno, lo scenario era simile a quello di un film horror! Anche i reparti di ostetricia sono stati soggetti a forti restrizioni che sicuramente non agevolavano le donne in un momento tanto importante quanto delicato.

Quindi…che fare in questa situazione?

Mancando poco più di due settimane al termine, abbiamo ripescato al volo l’alternativa del parto a domicilio. Abbiamo subito contattato le ostetriche e, ricevuto l’ok il giorno dopo, abbiamo preparato il materiale necessario.

Lucia ha deciso di nascere 10 giorni prima, il 18 marzo, uno dei giorni in cui il virus raggiungeva il suo picco massimo.

Dopo aver allertato le ostetriche di qualche significativa contrazione notturna, ecco che questi due angeli si presentano a casa nostra a metà mattina. In una splendida giornata di sole, decidiamo insieme di andare a camminare nel bosco qui vicino casa, per favorire l’avvio del travaglio.

Passeggiamo chiacchierando in un bosco fiorito, baciate dai raggi del sole, fra salite e discese, fermandoci durante le mie contrazioni che diventavano sempre più frequenti ed intense.

Ma prima di intraprendere la via del ritorno ho ringraziato sinceramente la Natura di avermi accolta con le sue meraviglie in questo momento importante: un abbraccio stretto ad un albero, un respiro profondo ad occhi chiusi verso il cielo, uno scambio di energie e positività!

E direi che di energia la bimba ne ha ricevuta da vendere: infatti, una volta entrate in casa, è nata in un lampo cogliendo tutti di sorpresa e portando con sé anche un velo di comicità (ripenso a mio marito Massimo che si è ritrovato a correre a destra e a sinistra per portare il più rapidamente possibile teli, lenzuola, catini, acqua calda, ghiaccio e quant’ altro!)

In conclusione credo sia stato un parto caratterizzato dal RISPETTO.

Rispetto in primis per Lucia che non ha subito alcun tipo di medicalizzazione; rispetto per noi mamma e papà perché eravamo nella tranquillità del nostro ambiente con persone che conoscevamo; rispetto per me stessa che ho avuto la possibilità di seguire il mio corpo e il mio istinto al 100% senza nessuna interferenza.

È stato un parto che mi ha regalato ancora un po’ di consapevolezza e fiducia in me stessa.

Un evento che è la conferma che IL PENSIERO CREA LA REALTÀ e che ogni desiderio o richiesta che arriva dal cuore, l’Universo è pronto ad ascoltarli e realizzarli sempre.

Un parto semplicemente perfetto!

E per questo miracolo devo assolutamente ringraziare chi l’ ha reso possibile.

GRAZIE alla puericultrice Elisa Cosio e al suo ‘corso preparto metodo Bonapace full immersion’ di un sabato pomeriggio, perché ha riscoperto in me un’energia nuova ( o forse solo dimenticata) che mi ha fatto dire ‘io ce la posso fare!!!’.

“Ce l’ho fatta!!!” infatti è stata la prima frase che la bimba mi ha sentito dire fuori dalla pancia.

GRAZIE a chi mi ha assistito. Per loro…le ostetriche Nadia Fagiani, Sandra e Laura Volpi, nessuna parola o gesto sarebbero abbastanza ad esprimere la mia (anzi nostra) gratitudine e profonda stima come professioniste e come persone.

GRAZIE a mio marito Massimo perché, nonostante smontasse dal turno lavorativo notturno, è stato un assistente ostetrico impeccabile.

GRAZIE a Nicola, il mio bimbo, perché mi ha tenuta sempre attiva durante la gravidanza e mi ha fatto compagnia durante le prime contrazioni notturne.

GRAZIE alla piccola Lucia perché È PURA LUCE!

SILVIA

Nascere ai tempi del coronavirus

Nascere ai tempi del coronavirus

Nel dramma di questo tempo, chiuso, sospeso e ripiegato sulla morte e sulla malattia, i bambini, come tanti raggi di sole, continuano a nascere. Le loro mamme arrivano al momento della nascita in circostanze molto diverse da quelle che avevano immaginato. Certamente nessuna di loro avrebbe mai pensato di dare alla luce il proprio bambino durante una pandemia. Ora il pensiero di dover andare a partorire in ospedale spesso mette paura, perché rappresenta il luogo che più di ogni altro è ingaggiato nella lotta al coronavirus.
In quest’articolo cercheremo di rispondere alle domande che più frequentemente le donne in attesa ci pongono in queste settimane.

Partorendo in ospedale, rischio di essere contagiata dal coronavirus?
In ospedale sono adottate tutte le norme di assistenza basate sulle raccomandazioni dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) che permettono di fornire un’assistenza in protezione per la mamma e il piccolino. Inoltre molte strutture stanno adottando criteri restrittivi per l’accesso dei papà alla sala parto o al reparto di degenza nei giorni di ricovero post-partum. Questa cosa sicuramente può far sentire le donne sole e abbandonate ma, data la situazione, è importante cercare di capire il perché di questa scelta. Ai nostri occhi è una forma di protezione per la salute di tutti: per il papà, che meno resta in ospedale e meno è esposto al rischio di contagio, per la mamma e il piccolino, che verranno a contatto con meno persone possibile.
Ad oggi tutte le strutture permettono comunque alle mamme in travaglio di accedere in sala parto con una figura di loro scelta, che può essere il proprio compagno o, in caso questo sia malato o impossibilitato, un’altra figura (es. ostetrica libera professionista, sorella, madre, un’amica…).
Se la donna è asintomatica, l’assistenza che verrà offerta in sala parto non subisce variazioni rispetto ai protocolli già in utilizzo dalla struttura, quindi comprende contatto pelle a pelle post partum, possibilità di scelta di fare il bagnetto, attacco precoce al seno… Qualora invece vi siano segni che facciano pensare (o vi sia la certezza) che la madre sia positiva al virus, l’assistenza sarà mirata a promuovere il benessere di mamma e bimbo secondo le raccomandazioni internazionali e utilizzando i dispositivi di protezionale personale adatti anche da parte della donna. Non è raccomandato il ricorso al taglio cesareo se la madre risulta infetta o se vi è sospetto. La nascita per via vaginale è sempre a scelta migliore per il benessere della diade.
Qualora la mamma fosse positiva al coronavirus oppure ne presentasse i sintomi, il piccolo dopo la nascita potrebbe essere temporaneamente separato dalla mamma per essere sottosposto a tampone, ma l’allattamento sarà auspicabile anche in tal caso. La separazione potrebbe essere molto breve oppure richiedere qualche ora. In questo caso, la mamma covid positiva che desideri allattare il proprio bambino può farlo spremendo il colostro. In questo modo i sanitari potranno offrirlo al piccolo.

Come potrò affrontare la separazione da mio marito fino alla dimissione?
Durante la degenza in reparto, l’accesso a persone esterne invece non è consentito, quindi nemmeno ai papà, che verranno a prendervi al momento della dimissione che in genere avviene dopo circa 49 ore dal parto. Durante questi giorni riceverete il supporto di infermiere, puericultrici ed ostetriche, sia per l’avvio dell’allattamento che per la cura del neonato.
Sicuramente questa separazione dal vostro compagno/marito può generare in voi diverse emozioni tra le quali senso di ingiustizia, rabbia e tristezza. Non negate queste sensazioni e parlatene con le persone che incontrerete in reparto o cercate supporto anche solo telefonico. Chiamare una persona a voi cara e poter dire come vi sentite realmente può essere davvero un aiuto prezioso.
Come ci dice anche la psicologa Maura Mazzola dello Studio Psichè, è molto importante riconoscere e legittimare i nostri sentimenti di rabbia, paura e impotenza per una situazione che non dipende da noi, sia per le mamme che per i papà. Riconoscerli, legittimarli e condividerli ci permette di capire meglio ciò di cui abbiamo bisogno e chiederlo con maggiore chiarezza: se ho bisogno di sentire la vicinanza dei miei cari, di avere il loro supporto, li chiamerò o videochiamerò chiedendo, e ottenendo, il loro affetto, il loro sostegno e magari anche le loro lacrime di commozione, dal momento che tutti soffriamo per questi contatti a distanza. Non abbiamo quindi timore nel rimanere in contatto con il partner, con i familiari e gli amici, non c’entra nulla il voler o dover farcela da sole, meno che mai in questa situazione. Raccontiamo come sta andando, condividiamo tutti i nostri sentimenti e anche le fatiche e difficoltà, oltre ai momenti di tenerezza, ci sentiremo meno sole. Riconoscere e esprimere i nostri sentimenti ci permette, inoltre, di sciogliere questo grumo di dolore evitando di portarcelo dietro, magari inconsapevolmente, come rancore silente per un torto con cui non si è fatto pace. Quello che forse non è potuto andare come avremmo desiderato si aggiusterà con tanto amore.
Sarà inevitabile, comunque, sentirsi sole in certi momenti più di altri, non spaventiamoci di questo sentimento che è parte di questa esperienza: non subiamolo ma cerchiamo il contatto con i mezzi a disposizione (smartphone, tablet..), ma teniamoci in contatto anche con noi stesse, con la nostra interiorità e con il nostro bimbo.
Anche per i papà è una situazione penosa non poter essere presente durante la degenza, ed è importante ricordare che questo è un dolore condiviso, e che entrambi abbiamo lo stesso desiderio di vicinanza e contatto; diamoci la possibilità di riconoscerlo e condividerlo così da non trascinarlo con noi una volta a casa.
Inoltre, non appena il vostro piccolo ve lo permette, cercate di dormire e riposare, per recuperare e affrontare i momenti con il vostro bambino nel modo migliore.
Al rientro a casa, se avrete dubbi o domande, è stato attivato un progetto di assistenza territoriale domiciliare per mamma e bambino. Qualora non riusciste ad usufruire di questo servizio o voleste invece un’assistenza privata, le puericultrici, le ostetriche libere professioniste e le consulenti ibclc sono a vostra disposizione. E così gli psicologi, che possono davvero essere un validissimo aiuto da non farsi mancare.


Come posso limitare al massimo il contatto fisico con la compagna di stanza?

Nel limite del possibile vi sarà assegnata una stanza singola, ma qualora non fosse possibile tenete tirata la tenda tra i vostri due letti, indossate la mascherina, disinfettate le superfici comuni prima di usarle (rubinetto, fasciatoio, maniglie, cassetti, tavoletta del wc) e dopo averle usate. Mangiate sul letto oppure a turno sul tavolino.
Mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro e il lavaggio frequente delle mani rappresenta la forma più importante di prevenzione e protezione.

Cosa posso fare per il mio piccolo?
Le evidenze scientifiche ad oggi ci dicono il virus non oltrepassa la placenta. Quindi, se la mamma è sana o mostra sintomi da coronavirus per lei gestibili, tenere sempre il bimbo in stanza con sè e allattarlo al seno rappresentano le due forme più importanti di promozione della salute di questo cucciolo. Se la mamma è positiva o sintomatica, indossare una mascherina è comunque raccomandabile durante l’allattamento e la cura del neonato.
Informarvi il più possibile rispetto all’allattamento prima della nascita è sicuramente una cosa importante. Ad esempio potete leggere un libro che tratta di questo argomento (noi vi consigliamo “Allattare, un gesto d’amore” e “Come allattare il tuo bambino” di Tiziana Catanzani) oppure completare dei corsi online (ce ne sono di molto validi).
Qualora invece non sia possibile avere il bimbo in camera con voi (es: per accertamenti in corso o ricovero in patologia neonatale) spremere frequentemente il vostro colostro/latte sarebbe davvero molto importante, ricordandoci di lavare spesso le mani e osservare tutte le norme igieniche. Per esempio avere delle unghie corte ci permette di mantenerle più facilmente pulite.
Ricordiamo comunque per la serenità di tutte che il coronavirus non sembra essere un problema pediatrico. Questo non significa che possiamo abbassare la guardia sulle norme igieniche, ma che possiamo certamente sgombrare il campo da uno dei pensieri più angosciosi.

E gli altri figli che restano a casa?
Se avete altri figli, spiegate loro che dovrete assentarvi per un paio di giorni. Questo vorrà dire che non ci sarete per qualche nanna, per esempio. Abbiate fiducia nell’amore di chi starà loro attorno. Accogliete come normali rabbia e frustrazione, se ci sono. Abbiate fiducia nella vostra capacità di risanare qualche ferita al vostro ritorno a casa.
Potete leggere insieme delle storie, usare dei pupazzi e parlare anche delle emozioni che sia noi che loro sentiamo. Anche in questo caso il supporto tecnologico può essere un aiuto importante e ci può far sentire un po’ più vicini.

E se invece partorissi in casa?
Immaginiamo che molte donne in questo tempo si siano fatte questa domanda. Magari non avevano mai immaginato o pensato a questa possibilità e ora invece la stanno valutando seriamente.
La scelta di partorire a casa è un progetto che si costruisce nel tempo con le ostetriche che abbiamo scelto di avere al nostro fianco almeno dalla 30° settimana di gravidanza. È un desiderio che sentiamo dentro e che pensiamo possa rappresentare il nostro desiderio di nascita. Non può essere dettato solo dalla paura di andare in ospedale. Se non sentiamo la casa come il luogo sicuro per la nascita del nostro bambino, molto probabilmente questa nascita non avverrà a domicilio anche se pensiamo ad una nascita a casa. Il nostro corpo è legato in modo profondo alla nostra mente e al nostro sentire. È importante ricordarcelo sempre. Non crediamo quindi sia una scelta sicura quella di optare per un parto in casa solo perché si ha paura di andare in ospedale. Una possibilità alternativa può essere quella di andare in ospedale a travaglio ben avviato, in modo di evitare accessi evitabili in pronto soccorso ginecologico, magari con l’aiuto di un’ostetrica che resti a casa con voi in travaglio e vi accompagni in ospedale per la fase finale della nascita o al momento opportuno per effettuare l’analgesia epidurale (se è un vostro desiderio).
Una scelta pericolosa sarebbe invece quella di optare per un parto in casa non assistito (citiamo questo esempio perché ci è capitato di leggere dei post che potrebbero far sembrare questa una scelta naturale e sicura).
Se invece coltivate già il desiderio di una nascita a casa, il progetto di partorire a casa è possibile se la vostra gravidanza è fisiologica e se sia la mamma che il bambino sono in salute. Inoltre per poter partorire a casa è necessario che siano rispettati alcuni criteri di sicurezza, tra i quali la vicinanza ad un ospedale (che è un criterio da valutare con attenzione considerando la situazione attuale e il fatto che i tempi di intervento delle ambulanze potrebbero essere più lunghi).
Ovviamente a casa potranno partorire le donne in salute asintomatiche. Tutte le donne che presenteranno dei sintomi quali febbre e/o tosse dovranno essere dirottate su una nascita ospedaliera perché considerate potenzialmente positive.
Le ostetriche che vi assisteranno useranno tutti i criteri di sicurezza e di protezione individuali raccomandati da Istituto Superiore di Sanità. Inoltre come “Associazione Nazionale Culturale Ostetriche Parto a Domicilio e Casa Maternità” abbiamo anche realizzato un documento in cui vengono specificati i diversi dispositivi di protezione da utilizzare nel parto a domicilio per renderlo una scelta sicura anche in questi tempi.
Le donne che sceglieranno di partorire a casa e rientreranno nei criteri di sicurezza, riceveranno un’assistenza basata sulle evidenze scientifiche, ma allo stesso tempo personalizzata, affinché possano avere una nascita rispettata e in sicurezza. Noi continuiamo ad esserci e in questo delicato momento lavoriamo ancor più in scienza e coscienza, per il benessere di mamma e bimbo.

Elisa Cosio, puericultrice, educatrice perinatale – Bergamo
Nadia Fagiani, ostetrica – Bergamo
Maura Mazzola, psicologa – Bergamo

Speciale Covid-19 – Vivere la nascita durante un lutto

Speciale Covid-19 – Vivere la nascita durante un lutto

In questo periodo così luttuoso, la vita non si ferma e può accadere che nascano bambini o si scopra di attenderli mentre in famiglia si vivono lutti e perdite.
In queste circostanze, i genitori vivono in pieno l’ambivalenza della gioia e del dolore, della vita e della morte, e sono entrambi veri e potenti. Come in tutte le situazioni in cui sperimentamo un’ambivalenza, è importante e aiuta collocarsi in una dimensione in cui teniamo dentro di noi sia i sentimenti di gioia sia quelli di dolore, sia l’esperienza di vita che quella di perdita. Non pensiamo di dover escludere o silenziare, o arginare un sentimento a scapito dell’altro, solitamente la gioia e la felicità. E’ vero che la dimensione temporale è diversa, la perdita è ora e inaspettata e richiede che venga elaborata adesso, mentre la prospettiva temporale di una gravidanza appena iniziata ci permette di posticipare la gioia piena, e un neonato è l’emblema del futuro. Ma un neonato richiede anche una sintonizzazione con lui molto forte, e quindi non sentiamoci in colpa se ci dedichiamo a lui con affetto, se mettiamo tra parentesi il nostro dolore per qualche momento, la vita chiama la vita, e le nostre parti vitali sono messe in gioco nella relazione con il piccolo. Il nostro dolore continua a esistere, ma diremo al nostro bimbo che lui non ha nessun ruolo, né tantomeno colpa, in questo, e al di là delle parole lui coglierà che la relazione con lui è libera da conflitti e sensi di colpa, che noi genitori per primi non dobbiamo avere: è solo per una circostanza sfortunata che le cose sono andate così, non c’è nulla da scontare per la gioia di una nascita.
Piuttosto, nei nostri pensieri sarà molto presente il ricordo della persona mancata, che è parte della famiglia del nostro bimbo, e allora gli racconteremo di questo nonno o nonna o zio, e non importa se ci verrà da piangere perchè questo trasmette la forza del legame, che è quello che un bambino ha bisogno di sentire.

A volte saremo persi nei nostri pensieri, a volte la mancanza potrà avere il sopravvento e allora non ci sarà nessun problema ad affidare il nostro bambino alle braccia affettuose di qualcun altro e stare un po’ con il nostro dolore, pensando a cosa avrebbe detto o fatto il nonno o la nonna se fossero qui. Come per ogni lutto, è importante non voler scacciare il pensiero di chi non c’è più e del nostro dolore ma accoglierlo con la tenerezza che dedichiamo al nostro piccolo; siamo genitori ma abbiamo appena perso un genitore, abbiamo diritto a concederci comprensione e cura.

A cura di Maura Mazzola, psicologa, Bergamo

.cata-page-title, .page-header-wrap {background-color: #e49497;}.cata-page-title .page-header-wrap .pagetitle-contents .title-subtitle *, .cata-page-title .page-header-wrap .pagetitle-contents .cata-breadcrumbs, .cata-page-title .page-header-wrap .pagetitle-contents .cata-breadcrumbs *, .cata-autofade-text .fading-texts-container { color:#FFFFFF !important; }