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Ma…deve sempre fare il ruttino?

Ma…deve sempre fare il ruttino?

Molte mamme nel corso degli anni mi hanno posto queste domande:

  • “Devo sempre aspettare che faccia il ruttino? Perché a volte attendo anche mezz’ora ma non lo fa…”
  • “Quanto tempo devo aspettare prima di metterlo sdraiato, se non ha fatto il ruttino?”
  • “Come posso aiutarlo a fare il ruttino?”

Con questo post, dipaneremo ogni dubbio in proposito. Dunque, il ruttino è la risalita dallo stomaco alla bocca di un po’ d’aria che il bambino ha ingurgitato insieme al latte durante la poppata. Non sempre, però, il bambino ingurgita aria, specie se è allattato al seno ed ha un buon attacco. Oppure ne ingurgita una quantità così irrilevante da non dargli alcun problema. Il bambino alimentato con il biberon ha più possibilità di incamerare aria, un po’ per il tipo di attacco ed un po’ per la maggiore velocità di suzione.

In entrambi i casi, comunque, non è sempre detto che il bambino abbia bisogno di fare il ruttino. Di solito ci accorgiamo che ne ha bisogno perché, durante la poppata, diventa irrequieto, si stacca, tende a girare la testa, contrae le gambe, sembra non avere più appetito anche se poppa da poco tempo.

In quel caso possiamo sollevarlo e tenerlo in posizione eretta, appoggiato con il petto alla nostra spalla. A volte questo è sufficiente a muovere la bolla d’aria ed a farla risalire.

Se non funziona possiamo tenere il bambino da sotto le ascelle, con il sederino in appoggio su un cuscino, ed inclinarlo con delicatezza prima verso destra e poi verso sinistra.

Normalmente i bambini hanno bisogno di un paio di ruttini: uno a metà poppata (a metà biberon o quando passano da un seno all’altro, ad esempio) ed uno alla fine. Ma può anche accadere che ne abbiano bisogno solo alla fine, oppure, come dicevo, che non ne abbiano bisogno.

Non sono granché utili le famose pacchette sulla schiena, molto meglio carezzarlo con un dito dal basso verso l’alto, ai lati della colonna vertebrale.

Dopo circa 15 minuti che il bimbo è sollevato e non ha emesso il ruttino, possiamo considerarci tranquilli. Infatti può essere accaduta una di queste due cose:

  • il nostro bambino non ha bisogno di fare il ruttino
  • il nostro bambino ha fatto il ruttino ma noi non l’abbiamo percepito

Meglio il nido, la tata o i nonni?

Meglio il nido, la tata o i nonni?

Molte mamme mi fanno questa domanda. La risposta non è semplice, e spesso bisogna trovare dei compromessi difficili tra la serenità della mamma ed il meglio per il bambino. Ognuno fa la sua scelta, ma qualche riflessione insieme può essere utile a tale proposito.

L’articolo migliore che ho trovato sul tema, e che ricalca molto bene il mio pensiero, è quello di Barbara Lahmita Motolese di GenitoriChannel.

E’ giusto mandarlo all’asilo nido o è meglio che il bambino stia con i nonni o con la tata?

In un quadretto ideale un bebè nasce in una famiglia con due genitori che nei primi anni di vita possono dedicarsi a lui o a lei, alternandosi nella cura in modo che entrambi abbiano anche una propria vita personale e professionale appagante.
Ecco, ora prendiamo questa situazione molto rara e, se per noi non è possibile, mettiamola da parte, perché non ci intralci con forti sensi di colpa. Vediamo cosa fare se non ci è possibile.

Tutti noi vogliamo il meglio per i nostri figli ma ognuno di noi ha una sua specifica situazione di vita, un conto in banca diverso e può fare affidamento su risorse di tipo diverso. Prima di chiederti se è giusto mandare il tuo bambino all’asilo nido è importante porti almeno due domande:

  • Quali sono le nostre risorse?
  • Quali sono i nostri limiti?

Nota bene, ho parlato al plurale perché in qualche modo anche i membri delle famiglie di entrambi, se sono vicini e in buoni rapporti, sono in qualche modo coinvolti quando nasce un bambino.

Meglio il nido oppure stare con mamma e papà?

In molte famiglie, per motivi diversi, uno dei due genitori non lavora, solitamente è la mamma, ma ultimamente sta crescendo il numero di famiglie in cui è il papà a stare a casa.
Spesso ai genitori che scelgono di stare a casa e occuparsi dei figli direttamente viene detto che “i bambini stanno meglio al nido perché socializzano”.

La realtà, supportata da numerosissimi studi, è che il bambino nei primi anni di vita ha molto più bisogno di “attaccarsi” ad una figura adulta piuttosto che di socializzare con gli altri bambini. Queste frasi nascono dalla convinzione, tipica della nostra cultura, che il distacco precoce sia un incentivo all’indipendenza e all’autonomia, in realtà più il bisogno di attaccamento sarà soddisfatto più il bambino avrà basi solide da cui partire con fiducia verso il mondo esterno.

E’ importante sapere però che man mano che il bambino cresce avrà bisogno di una quotidianità sempre più stimolante: avrà bisogno di uscire (sì anche d’inverno!), avrà bisogno di vedere la vita intorno a lui e avrà sempre più bisogno di interazione, di giochi o oggetti da manipolare, impilare, mangiucchiare…in sostanza avrà bisogno che qualcuno si occupi di lui attivamente; che organizzi spazi, tempi e modi, lasciando anche ampi margini di movimento al bambino per creare la sua realtà.

Questo duplice bisogno del bambino di avere una figura adulta di riferimento e di vivere una quotidianità a sua misura, ma ricca di stimoli, è ciò che dobbiamo creare e cercare per il bambino, sia che lo teniamo con noi, sia che lo affidiamo ai nonni, alla tata o al nido.

Meglio il nido o i nonni?

Questo è un altro eterno dilemma, meglio lasciare il bimbo ai nonni che sono parte della famiglia oppure mandarlo al nido?
Lasciando da parte il tema economico, che dipende dalla vostra particolare situazione, possiamo dire che in linea generale i nonni sono una parte importante della vita dei bambini, hanno un grande affetto per i nipoti e fanno parte della memoria storica della famiglia.

Il loro ruolo è importante perché sono liberi da quegli “obblighi educativi” che ricadono sui genitori.

I nonni sono quelli che portano le caramelle e comprano le figurine dal giornalaio, quelli che si possono permettere di infrangere qualche regola e per questo vengono adorati dai bambini. Tutto questo però decade nel momento in cui i bambini passano la maggior parte del loro tempo insieme ai nonni i quali, in questo modo, vanno ad assumere un ruolo educativo importante. In questo caso può essere difficile bilanciarsi tra questi due ruoli. Non dimentichiamo inoltre che occuparsi di un bambino è un compito che richiede moltissime energie e molto spesso i nonni offrono la propria disponibilità per senso del dovere, ma sentono di non avere le energie necessarie, in particolare se sono avanti con gli anni.

La scelta di lasciare il bambino ai nonni per tutto il tempo in cui i genitori lavorano va quindi valutata bene, con onestà da entrambe le parti. Ricordate comunque che nessuna scelta è per forza definitiva, se dovete tornare al lavoro quando il bambino ha 3 mesi e vi sentite più sicuri nel lasciarlo alla vostra mamma invece che ad un asilo, potete sempre modificare la vostra scelta e inserirlo al nido più avanti, soprattutto se iniziano ad esserci difficoltà relazionali dovute alla differenza di stili educativi.

Meglio il nido o la tata/puericultrice?

La tata (o, se il bimbo ha meno di 12 mesi, meglio ancora la puericultrice) non è solo una baby sitter che viene chiamata all’occorrenza ma una persona che fa le vostre veci in casa quando non ci siete occupandosi del bambino.

Dal punto di vista emotivo, la tata è un’ottima soluzione se avete fiducia in lei. Il vostro bambino potrà restare nel suo ambiente, nell’ambiente che gli è familiare e che gli ricorda in ogni dettaglio mamma e papà. E’ anche una soluzione molto pratica in quanto non dovrete preoccuparvi quando il bambino si ammala o quando l’asilo è chiuso: la puericultrice o la tata saranno comunque al vostro fianco.
E’ importante però che queste figure siano scelte con cura, oltre a occuparsi attivamente del bambino organizzando i ritmi giusti e le attività che possono essere stimolanti, come abbiamo già detto, devono anche corrispondere alle vostre scelte educative ed essere in grado di prendersi cura del bambino quando non sta bene.
Oltre che parlarle direttamente potreste farvi consegnare delle referenze e parlare con gli altri genitori che l’hanno già scelta in passato per capire bene se è la persona giusta per la vostra famiglia.

Qual’è l’età migliore per mandare un bambino al nido, se questa è la nostra scelta prediletta?

Anna Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta, professore ordinario di psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma, la pensa così (da Nostrofiglio, gennaio 2012, ndr): “L’ideale sarebbe poter tenere a casa il bambino almeno fino a 18 mesi. Dopo l’anno e mezzo di età, infatti, i bambini si adattano più facilmente alle novità, riescono a socializzare meglio e ad apprezzare la vita e i giochi insieme ai coetanei. Certo, dipende da bambino a bambino, non esiste una regola universale perché ci sono anche bambini che si inseriscono molto facilmente ed altri che hanno bisogno di più tempo”.

La posizione della dottoressa Oliverio Ferraris mi trova completamente d’accordo.

Si possono aggiungere spezie alle pappe dei bimbi?

Si possono aggiungere spezie alle pappe dei bimbi?

Le spezie fanno bene, benissimo alla salute. La curcuma è considerata ‘miracolosa’, così come la cannella. Utilissimi i semi di finocchietto e quelli di cumino. Consci di questi poteri, e curiosi di sperimentare nuovi sapori, anche alle nostre latitudini ci stiamo abituando sempre di più ad utilizzare semi, polveri, radici ed erbe nelle ricette. Ma non in quelle per bambini: c’è ancora un’alta diffidenza nei confronti delle spezie nelle pappe, ma è giustificata? Ci sono moltissimi Paesi del mondo in cui curcuma e simili sono impiegate senza indugio, anche durante lo svezzamento. Dunque, siamo troppo timorosi noi, o troppo azzardati loro. Live Science ha chiesto ad un gruppo di esperti tra medici, nutrizionisti, gastroenterologi pediatrici, l’opinione sul cibo speziato nella dieta dei bambini.

Ognuno ha dato una versione diversamente calibrata della stessa risposta: sì, i bambini possono mangiare il cibo speziato. Occorre tuttavia fare attenzione alle spezie piccanti, ed introdurle gradualmente. Secondo la nutrizionista pediatrica Marilyn Tanner-Blasier, l’unico limite delle spezie è quello del sapore, che per alcuni bimbi può risultare troppo forte. Occorre provare con una spezia alla volta (come si fa con tutti i cibi solidi, per verificare non ci siano intolleranze), e in minuscole quantità. Inoltre, bisogna fare attenzione all’età delle spezie in questione: spesso utilizziamo le stesse per anni, ma potrebbe non essere igienico, specialmente per lo stomaco di un bambino.

La dottoressa Anca Safta, gastroenterologa pediatrica, suggerisce di andare tranquilli quando si tratta di spezie aromatiche (curcuma, noce moscata, zenzero, coriandolo, cumino, aglio). Ma di evitare quelle piccanti, che innescano reazioni sensoriali come quella del ‘bruciore’ che per un bambino possono essere troppo forti. Ciò nonostante, aggiunge il dottor Stephen Borowitz, professore di pediatria, è vero anche che non si viene realmente bruciati, è solo una sensazione dovuta ai recettori stimolati, quindi non realmente pericolosa. In molti Paesi i bambini vengono esposti al peperoncino e al pepe già da molto piccoli: è una questione di abitudine graduale. Per un bimbo molto piccolo però può essere una percezione dolorosa, quindi meglio evitare, anche per minimizzare il rischio che sviluppi un’avversione a certi cibi.

Secondo la nutrizionista Vanessa Kane-Alves, se una mamma che allatta vuole mangiare cibo speziato, lo può fare in tutta tranquillità. In questo modo introdurrà nuovi sapori nella dieta del piccolo attraverso il latte materno. Secondo la dottoressa, nessuna spezia è da evitare a priori. Occorre però provarle una alla volta e in piccole quantità. Per la portavoce dell’Academy of Nutrition and Dietetics Vandana Sheth è ‘assolutamente una buona idea proporre spezie ai bambini’. Grazie alle spezie, aggiunge, si può limitare l’uso di zucchero e sale, perché arricchiscono i cibi di sapore, e allo stesso tempo di forniscono elementi nutritivi importanti. Anche la dottoressa conferma la necessità di provare una spezia alla volta, magari cominciando da quelle dal sapore ‘facile’, come vaniglia e cannella.

Articolo del 28/11/2017 apparso su La Stampa

Testa piatta nel neonato: come evitarla?

Testa piatta nel neonato: come evitarla?

Spesso si sente parlare della testa piatta, o plagiocefalia, normalmente in relazione a prodotti come il Cal Bebé o cuscini che garantiscono a mamma e papà di scongiurare questa evenienza. Ma sono realmente utili? Cerchiamo di capire qualcosa di più in merito.

Che cos’è la testa piatta? Cosa significa plagiocefalia?

Plagiocefalia viene dal greco. “Plagio-” significa obliquo, mentre “-cefalia” indica un disturbo a carico della testa. Quindi la “sindrome della testa obliqua”, per così dire. In effetti nella plagiocefalia il capo del neonato, ancora molto “morbido” e influenzato da postura e pressione, si presenta come schiacciato da un lato, dando luogo alla caratteristica forma obliqua di un lato della testa. Una condizione particolare di plagiocefalia è quella in cui il capo non è schiacciato da un lato (destro o sinistro) ma piatto sul retro (brachicefalia).

Esistono forme di plagiocefalia riscontrabili già alla nascita. E’ il caso di alcuni gemelli che, in utero, erano soggetti alla compressione dell’altro gemello a livello del cranio. Oppure in caso di gravidanze in cui per qualche motivo il liquido amniotico cominci a scarseggiare: anche questa condizione, infatti, può favorire l’insorgere della testa piatta.

Altre volte la plagiocefalia può essere legata alle circostanze della nascita. Un bambino con torcicollo congenito, per esempio, tenderà a tenere il capo sempre nella stessa posizione, perché è quella che non gli provoca dolore o fastidio. Di conseguenza, ecco che la plagiocefalia diventa un rischio, perché la testa si trova sempre poggiata sullo stesso lato.

Altre volte la plagiocefalia può insorgere perché il neonato viene lasciato per troppo tempo sdraiato nella culla o nella carrozzina.

Si tratta di una condizione pericolosa? Il cervello ne risente?

No, il cervello non ne risente. Tuttavia, se una plagiocefalia non viene riconosciuta e trattata, il danno può riguardare, oltre che l’estetica, anche la mobilità della mascella e la parola, ma anche la deambulazione può esserne influenzata.

Come si può evitare la plagiocefalia?

In caso di una condizione congenita, ossia già presente in utero, non ci sono misure preventive da adottare, si procederà a trattarla dopo la nascita.

In caso invece il vostro bambino nasca con un cranio normoconformato, è importante attuare alcuni comportamenti che riducano il rischio di plagiocefalia. Quali sono?

  • Non lasciare il bimbo sdraiato nella culla o nella carrozzina per troppe ore al giorno. Fermo restando che è bene far dormire sempre sulla schiena il proprio bambino per ridurre il rischio di morte in culla (SIDS) e soffocamento, bisogna essere consapevoli del fatto che in questa posizione il capo subisce una pressione laterale o posteriore per molte ore al giorno. Questo può favorire l’insorgere della testa piatta nel neonato, perciò è bene compensare cercando di tenere tra le braccia il vostro bambino ogni volta che sia possibile.
  • Utile, oltre a tenere il bimbo in braccio, l’uso di una fascia portabebé, che vi consentirà maggiore libertà d’azione mentre al contempo fate del bene al vostro cucciolo. Ricordiamoci sempre che in Africa la plagiocefalia praticamente non esiste, e questo è probabilmente dovuto all’uso molto maggiore delle fasce portabebé.
  • Teniamo qualche volta il nostro bambino adagiato con il suo ventre sul nostro avambraccio, come si consiglia di fare quando ha male al pancino, per intenderci. In questo modo cambieremo la posizione del suo capo e la direzione della pressione a cui è solitamente sottoposto nel lettino.
  • Utile una visita da un’osteopata specializzato in neonati.
  • Osservare se il nostro bambino tende a tenere sempre la testa da un lato durante il riposo, e, in quel caso, provare con dolcezza a girarla dall’altro lato. Ovviamente se la reazione è negativa, rivolgiamoci al pediatra o all’osteopata pediatrico per capire se possa esserci un torcicollo.

E il famoso “tummy time”, ovvero mettere da subito il neonato a pancia sotto per qualche minuto ogni giorno, può essere utile?

Certamente, possiamo farlo per esempio quando gli cambiamo il pannolino. Lo giriamo sulla pancia e potremo vedere come cerca di alzare il collo, spesso riuscendoci. Senza esagerare, pochi secondi a volta, dapprima, e poi qualche minuto a partire dai 2/3 mesi, quando sarà abbastanza grande da poter seguire un giochino che passa da un lato all’altro del suo campo visivo, anche da prono.

Sono utili i cuscini anti-plagiocefalia che si trovano in commercio, o il Cal Bebé?

No, sono anzi da evitare. Gli studi sulla SIDS infatti ci indicano come sia importante che non ci sia nulla nel letto del bebé (no peluche, no paracolpi, no cuscini, no coperte che non siano ben ancorate).

L’osteopatia può essere risolutiva?

Certamente può esserlo se ben fatta (non una ma qualche seduta da parte di un esperto) per quanto riguarda alcune condizioni predisponenti alla plagiocefalia, come il torcicollo. In caso di plagiocefalia conclamata, può non essere sempre così facile per un osteopata risolvere da solo la situazione. In quel caso il pediatra vi indicherà il percorso da seguire.

E’ vero che se il bambino con plagiocefalia non viene trattato prima dei sei mesi, sarà necessario fargli portare un casco?

Non è tanto il fatto che abbia tot mesi, il casco infatti può essere indicato anche prima in caso di plagiocefalie molto marcate. Tuttavia è vero che una presa in carico tardiva di questo problema esiterà con più probabilità in questo tipo di trattamento. L’osteopata può fare molto per modificare questa condizione, così come eventualmente il fisioterapista, ma la tempestività è importante. Rassicuro comunque i genitori: la testina del bambino risponde molto bene ai trattamenti osteopatici e fisioterapici per tutto il primo anno di vita. Per quanto, sottolineiamolo ancora una volta, i primi mesi sono i migliori per intervenire.

 

 

 

Rapporto neogenitori – nonni: risorsa inestimabile o miccia esplosiva?

Rapporto neogenitori – nonni: risorsa inestimabile o miccia esplosiva?

La nascita di un nipote promuove un processo di avvicinamento delle generazioni sulla base del comune stato di genitore. I novelli genitori ricevono dall’esperienza della nascita l’impulso a superare confini sempre esistiti per vedere nei propri genitori, oltre che il ruolo di padre e madre, la loro realtà di uomo e di donna.

Questo normalmente porta  ad un sentimento di autentica empatia che favorisce rapporti più positivi, più comprensivi e più consapevoli dei legami familari.

Per parte loro, i nonni acquisiscono con la nascita del nipote una nuova dimensione temporale, nel senso che in genere hanno più presente il senso del limite della loro vita, ma è una consapevolezza non traumatica perché apportatrice di gioia e perché rappresenta una nuova forma di generatività.

In questa loro nuova esperienza di nascita, la responsabilità e l’impegno (che avevano caratterizzato il loro sentire come genitori) sono normalmente stemperati, mentre è del tutto vivo il coinvolgimento affettivo: si tratta quindi per loro di una esperienza estremamente gratificante.

Il legame nonni-neogenitori è un fattore cruciale nel passaggio di una coppia alla genitorialità: può essere una grande risorsa e portare ad una forte collaborazione, ma può anche diventare una fonte di ambiguità, soprattutto se i neogenitori hanno importanti problemi irrisolti con la propria famiglia di origine.

Da un lato i nonni sono chiamati ad elaborare il proprio ruolo nei confronti del figlio, che diventa in un certo senso un loro “pari”. Nei confronti del figlio i nonni hanno ora due ruoli importanti e nuovi:

  • riconoscere la competenza del figlio/della figlia come padre/madre
  • sostenere concretamente il proprio figlio/la propria figlia di fronte ai nuovi problemi organizzativi che una nascita solitamente pone.

Se però i nonni falliscono in questo cambiamento interiore ed esteriore, molto rilevante diventa l’atteggiamento dei neogenitori che, anche se con difficoltà, dovranno evitare i due estremi:

  • disinteresse dei nonni verso il nipote perché non vengono mai coinvolti
  • invadenza dei nonni verso la nuova famiglia perché non vengono posti limiti alla loro presenza fisica o spirituale all’interno del nuovo nucleo

Se sorgono problemi in questo senso, e la coppia entra in crisi su questo punto, non è mai sbagliato cercare aiuto in uno psicologo, anche solo per una consulenza.

Anche i neogenitori hanno il difficile compito di sviluppare la propria nuova identità di mamma e papà in connessione, ma anche in distinzione, dall’identità genitoriale dei propri genitori. Devono in poche sviluppare un proprio stile, che sarà inevitabilmente in parte simile e in parte diverso, che in parte accoglierà ciò che è stato della loro educazione ed in parte lo rifiuterà.

Credo che il migliore indicatore di una transizione riuscita, sia da parte sia dei nonni che dei novelli genitori, sia la percezione di una modifica del rapporto tra le generazioni, modifica che riconosca e integri le rispettive capacità e che riconosca con la maggiore serenità e chiarezza possibile le differenze e le somiglianze tra gli stili educativi.

Quando il mio bimbo farà il suo primo sorriso?

Quando il mio bimbo farà il suo primo sorriso?

Il primo sorriso di un bambino è un momento prezioso, che regala ai genitori una grande gioia. E’ anche un momento importante del suo sviluppo in quanto è il primo segnale comunicativo consapevole diverso dal pianto.

Quando avverrà?

Per sorridere, occorre un primo importante sviluppo dei muscoli facciali, favorito per esempio dall’allattamento. In genere anche il bambino più contento non sorride in maniera intenzionale prima delle 6 settimane, e molti bimbi cominciano a sorridere anche a 8 settimane di vita.

Secondo le ricerche, pare che i maschi ci mettano un po’ più di tempo a sorridere rispetto alle femmine, ma sono comunque molto aperti all’incoraggiamento!

Come incoraggiare un bimbo a sorridere?

È provato che parlargli, sorridergli e creare molto contatto visivo con lui favorisca il processo.

Quando il piccolo farà il suo primo sorriso, inoltre, la vostra emozione fungerà da rinforzo e lo incoraggerà a continuare.

Il primo sorriso avverrà probabilmente in risposta ad una stimolazione uditiva familiare, come il suono della vostra voce. A 2 mesi, con il miglioramento della vista, il bambino comincerà a rispondere con un sorriso scorgendo i suoi visi preferiti: quelli di mamma e papà! Anche il suo giocattolo preferito potrebbe farlo sorridere molto.

Presto il bambino sorriderà anche ad altri visi familiari, come quelli dei fratelli oppure dei nonni, e più attenzioni riceverà per i suoi sorrisi, più li ripeterà.

 

Bambini in montagna: fino a che quota la vacanza è sicura?

Bambini in montagna: fino a che quota la vacanza è sicura?

Le temperature della montagna, che in estate sono in genere molto più miti che in città, sono adatte anche ai neonati, stando comunque attenti al rischio di ipotermia (a cui i bambini sono molto più soggetti), così come al fattore sole.

Tuttavia, se si desidera andare in montagna con i bambini, è preferibile che non si tratti di periodi troppo brevi, per consentire quei fisiologici adattamenti richiesti dal cambio di altitudine e di pressione atmosferica. Altezze elevate (superiori a 2000 metri) sono generalmente da evitare. Alcuni pediatri sconsigliano di salire oltre i 1200 metri prima del compimento dell’anno del bambino. Ed in ogni caso di salire con gradualità

Sconsigliabile è anche effettuare gite troppo lunghe o passeggiate impegnative con bambini di pochi mesi. Ricordiamo infatti che il neonato non ha una struttura ossea e muscolare adatta ad essere trasportato “a spalla”, come invece è possibile fare con i bambini più grandicelli.

Il cordone ombelicale del mio bambino si è sporcato: cosa faccio?

Il cordone ombelicale del mio bambino si è sporcato: cosa faccio?

Il cosiddetto “moncone ombelicale”, ovvero quella parte di cordone che rimane attaccata all’addome del bambino per qualche giorno dopo la nascita, in genere va incontro molto rapidamente a mummificazione. Si dice davvero così e significa che il moncone secca (perché non è più irrorato dai vasi sanguigni), assume un colore bruno-nerastro e una consistenza molto rigida.

La cura del moncone consiste essenzialmente nel permettere che questo essicamento avvenga indisturbato, ovvero che il residuo di cordone ombelicale non si sporchi né bagni. Questo è in genere sufficiente a far sì che esso si stacchi da solo entro il decimo giorno di vita.

Tuttavia, si sa, gli intoppi possono succedere. Se si bagna di pipì o di cacca, il moncone apparirà molliccio e potrebbe avere zone appiccicose.

Cosa fare, quindi, se il moncone ombelicale del nostro bambino si bagna di pipì?

In genere è sufficiente disinfettarlo un po’, picchiettandolo con alcol 70° per mezzo di una garzina e di un bastoncino di ovatta. Quest’ultimo in particolare è utile attorno all’attaccatura, laddove cioè il moncone si lega al ventre del bambino. A quel punto, invece di coprirlo immediatamente, è bene arieggiarlo con un pezzo di cartoncino, come un ventaglio, e aver cura che sia ben asciutto prima di rimettere garza pulita e rete ombelicale.

E se il moncone si è sporcato di cacca?

In questo caso sarà necessario pulirlo accuratamente con acqua e sapone, utilizzando una garza o un bastoncino di ovatta (per la zona dell’attaccatura). In seguito sarà necessario asciugarlo bene, premendo delicatamente su di esso con un panno assorbente. Dopodiché potrebbe essere utile, in via precauzionale, disinfettarlo un po’, picchiettandolo con una garzina imbevuta di alcol 70°, o con un bastoncino di ovatta imbevuto, questo in particolare per la zona attorno all’attaccatura. E’ sconsigliato l’uso di cotone idrofilo per non correre il rischio che qualche residuo rimanga attaccato alla ferita. A quel punto, invece di coprirlo immediatamente, è bene arieggiarlo con un pezzo di cartoncino, come un ventaglio, e aver cura che sia ben asciutto prima di rimettere garza pulita e rete ombelicale. Non si deve aver paura di causare bruciori al bebè poiché il moncone non è innervato e di conseguenza è privo di sensibilità. Può capitare che il neonato pianga durante la medicazione non per effetto del disinfettante o del dolore, ma solo perché infastidito dal contatto con l’alcool, che è freddo.

In generale, sia che il moncone si sia sporcato, sia che sia sempre rimasto pulito, teniamo presente che…

  • Più il moncone prende aria, prima si essicherà, e di conseguenza un’altra cosa molto utile da fare, soprattutto se la temperatura lo consente (come in estate), è quella di lasciare il bambino solo con una magliettina leggera. In questo modo il moncone prenderà più aria.
  • Altra cosa importante è quella di lasciare il moncone fuori dalla zona del pannolino, sia quando è coperto dalla medicazione, sia (a maggior ragione) quando è libero da garza e rete ombelicale. Come fare? Ripiegando in basso la fascia ventrale del pannolino prima di chiuderlo.
  • Chiedete in ospedale che vi tolgano la clip del moncone prima della dimissione, in modo che siate agevolati nelle operazioni di pulizia.

Quando rivolgersi al pediatra?

  • Quando la pelle attorno all’attaccatura del moncone si arrossa
  • Quando il moncone emana cattivo odore
  • Quando dall’attaccatura vedete uscire secrezioni, in genere appiccicose e di colore giallastro o biancastro
  • Quando l’ombelico stesso presenta un rigonfiamento, che aumenta quando il neonato piange o tossisce
  • Se il moncone non si è ancora staccato dopo tre settimane dalla nascita

 

 

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